Oggi è una solennità molto importante, perché celebra l’annuncio dell’angelo a Maria, quella buona notizia che Dio rivolge a questa giovane donna rendendola protagonista del suo piano salvifico, e perché è l’inizio dell’incarnazione, cioè Dio si fa uomo perché la sua parola sia non solo ascoltata ma anche testimoniata da Gesù. In questo giorno dunque si fa memoria del meraviglioso incontro tra il divino e l’umano, tra il tempo e l’eternità; si ricorda che Dio sceglie, come Madre del proprio Figlio, una fanciulla ebrea di Nazaret, che appare a tutti come la “povera del Signore”.

All’inizio del racconto dell’Annunciazione siamo colpiti immediatamente dal contrasto tra la grandezza di Dio, che invia l’arcangelo Gabriele (quell’angelo che sta al cospetto di Dio e che viene inviato per comunicare i disegni divini e recare lieti annunzi) e la povertà della vergine, che lo accoglie sullo sfondo di un’oscura e insignificante contrada di Galilea. Tale contrasto esalta l’iniziativa della grazia di Dio che irrompe verticalmente dall’alto e trasforma in pienezza l’indigenza di un’umilissima creatura. Inoltre è bello sottolineare che Maria, al termine del colloquio con l’angelo, pronuncia il suo “sì” con una espressione molto eloquente, che non dice solamente: «Farò quanto hai detto e mi impegnerò a compiere questo servizio», ma esprime una consacrazione: «Sia fatto di me secondo la tua parola. Da ciò comprendiamo che l’annuncio in Maria ha originato una forza accoglitiva che si è trasformata in pura generatività. Così, Maria realizza in sé il mistero della fede: accettando Dio com’è.

Maria è anche l’espressione della povertà totale. Dicendo «sono la serva del Signore», testimonia la volontà di rinunciare all’agire proprio per lasciare il posto a Dio, e ci fa capire che questo è l’unico modo per contenere l’Assoluto. Dunque Maria è figura di ogni uomo e di tutta la Chiesa che, nella fede, continua a concepire e a generare Dio stesso.

Maria è la credente: tutto il raccordo dell’annunciazione tende alla sua risposta di fede. Quella fede che, unica possibilità di collaborare con Dio, è la chiave per penetrare la figura della vergine e il segreto della sua singolare maternità. Come dirà sant’Agostino, “Ella concepì prima nel cuore e poi nella carne”.

Maria nelle litanie viene invocata come arca dell’alleanza, porta del cielo, stella del mattino: figure tutte che parlano di lei non come di stabile dimora, ma come di compagna del nostro cammino e garanzia della nostra attesa.

Allora in mezzo all’emergenza che stiamo vivendo, siamo invitati da questo racconto e dal divin modello mariano ad avere uno sguardo che vada al di là di noi, che valichi i limiti di una vita già definita, che trascenda il perimetro delle nostre preoccupazioni, che si proietti oltre ciò che noi riusciamo a vedere da soli, perché la vita non si risolve solo in quello che riusciamo a fare, ma nel dialogo misterioso tra la nostra dimensione e quella di Dio; nel dialogo tra ciò che si presenta come conquista e ciò che sboccia come dono inspiegabile; nell’interazione tra il tempo presente e ciò che è dell’ordine dell’eterno.

Buona festa.

p. Giovanni Prina