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Speciale Avvento

Che dire dell’inferno ?

 

Molti cristiani non ne parlano più. Alcuni ne parlano con difficoltà e imbarazzo.

Per chi non è cristiano, l’inferno abita solo nella fantasia, troppo accesa, di noi cristiani. Per qualche rivoluzionario d’altri tempi, l’inferno è un’invenzione dei preti per ottenere obbedienza dalle persone semplici, tenute deliberatamente nell’ignoranza e nella superstizione.

 

Vero è che Gesù Cristo parla diffusamente delle realtà ultime, o novissimi come si dice, cioè della morte, del giudizio, dell’inferno e del Paradiso. Ne parla con assoluta chiarezza e in modo inequivocabile.

A scopo unicamente esemplificativo, vogliamo indicare alcuni brani dei Vangeli che a questo argomento si riferiscono.

Gesù parla delle realtà ultime, in modo diretto, nei molteplici racconti del giudizio universale (fra gli altri Mt 25, 31-46; Mc 13, 24-37; Lc 17, 22-37; Lc 21, 5-36). Gesù ne parla anche con innumerevoli parabole, la più famosa delle quali è la parabola della zizzania, enunciata e poi spiegata passo per passo (Mt 13, 24-30 / 13, 36-43); un’altra parabola è quella di Lazzaro e del ricco epulone (Lc, 16, 19-31). Il Vangelo di Giovanni poi è integralmente imperniato di riferimenti alle realtà ultraterrene, rinvenendosi spesso la contrapposizione fra luce e tenebre, vita e morte. Inoltre in  un lungo passaggio, il Vangelo di Giovanni parla della missione e dell’opera del Figlio (Gv 5, 19-47) e in punto particolare si fa espresso riferimento a una risurrezione di condanna per quanti fecero il male (Gv 5,29).

Questo elenco dei passaggi della Sacra Scrittura, anche se incompleto, basta a spiegare quanto sia centrale, nell’intera predicazione di Gesù Cristo, il richiamo alle realtà ultime.

 

La Chiesa fondata da Gesù, a partire dai primi apostoli e fino ai vescovi del nostro tempo, ha sempre professato l’esistenza dell’inferno, senza mai avanzare sull’argomento alcun dubbio, preservando così fedelmente il messaggio di Gesù dal tentativo operato da molti di svilirne il significato.

 

Un pronunciamento solenne è quello del sinodo di Costantinopoli del 543: “Se qualcuno dice o sostiene che il supplizio dei demoni e degli uomini empi è temporale e che avrà fine dopo qualche tempo … sia scomunicato”.

 

Un altro pronunciamento solenne si trova nel concilio Lateranense IV: “Tutti risorgeranno coi corpi di cui ora sono rivestiti, per ricevere, secondo che le loro opere siano state buone o malvagie, gli uni la pena eterna con il diavolo, gli altri la gloria eterna col Cristo”.

 

Il vigente Catechismo della Chiesa Cattolica, approvato pochi anni fa, nel 1992, al numero 1033, parla espressamente dell'inferno: “…Morire in peccato mortale senza esserne pentiti e senza accogliere l’amore misericordioso di Dio, significa rimanere separati per sempre da lui per una nostra libera scelta…”. Ancora si legge al punto 1035: “La Chiesa nel suo insegnamento afferma l’esistenza dell’inferno e la sua eternità … La pena principale dell’inferno consiste nella separazione eterna da Dio, nel quale soltanto l’uomo può avere la vita e la felicità per le quali è stato creato e alle quali aspira”. Al punto 1037  si legge ancora: “ Dio non predestina nessuno ad andare all’inferno; questo è il risultato di una avversione volontaria a Dio (un peccato mortale) in cui si persiste fino alla fine …”.

 

In definitiva, dell’inferno parla diffusamente Gesù Cristo e dell’inferno parla da sempre la Chiesa. Non si vede, obbiettivamente, come i cristiani possano nutrire dubbi sull’esistenza dell’inferno. Chi, nella comunità cristiana, mette in dubbio l’esistenza dell’inferno, o peggio ne afferma espressamente l’inesistenza, si assume una grave responsabilità davanti a Dio e agli uomini, propagando una menzogna che offende Dio e disarmando le anime nel combattimento spirituale.

 

Molti uomini hanno cercato, nel corso dei secoli, di rappresentare l’inferno, come è documentato dalla storia dell’arte e della letteratura. L’espressione forse più alta di questi tentativi è la Divina Commedia di Dante Alighieri. Il poeta fiorentino, con una forza espressiva travolgente e con una bellezza lirica  mai eguagliata, racconta il suo viaggio nell’aldilà, proponendolo al lettore come il racconto di una esperienza concretamente vissuta.

 

In questi giorni abbiamo letto un altro racconto-testimonianza, dal titolo “Lettera dall’aldilà”, che, non ostante sia stato divulgato per la prima volta cinquant’anni or sono, si presenta tuttora di assoluto interesse.

Il racconto si esaurisce in poche pagine, che si prestano a essere lette, con avidità,  tutte d’un fiato. Il contenuto è altamente drammatico. Si parla di una donna, vissuta ai nostri giorni, che si è dannata, scegliendo deliberatamente di vivere senza rispettare la legge morale del Signore.

Dal mondo dell’aldilà, come suggestiona il titolo di questa testimonianza, l’anima dannata invia una lettera a un’amica, Clara, che la rinviene nella sua stanza. L’amica dannata, dall’inferno, si fa riconoscere in modo certo, sia per la calligrafia usata, sia per il tratto assai circostanziato con cui alcuni episodi, legati alla vita di entrambe, vengono ricostruiti. L’amica sopravvissuta, Clara, rimane visibilmente scossa da questo agghiacciante racconto e la lettera, dopo una lettura trepidante, le si incenerisce fra le mani.

Dopo poco Clara si risveglia, ancora in preda alla concitazione, e scopre di aver vissuto quei momenti così sconvolgenti durante il sonno.

Di tutto Clara rende una testimonianza manoscritta, che viene poi rinvenuta, fra i suoi effetti personali, alla sua successiva morte, avvenuta in un convento.

A essere pubblicato è proprio questo manoscritto, a cui non si è inteso apportare alcuna modifica. Alcuni dettagli anagrafici vengono volutamente omessi, per non rivelare indirettamente l’identità della donna dannata.

 

A impressionare il lettore è soprattutto la vicenda umana di questa donna che ha scelto di dannarsi, una vicenda tutto sommato paragonabile alle vicende umane di tante altre persone che incontriamo tutti i giorni per le vie di questo mondo. La trasgressione della legge del Signore, in questo nostro tempo, è cosa assai ordinaria e anche noi cristiani possiamo ingenuamente pensare che l’immoralità, proprio perché largamente diffusa, tutto sommato non sia poi così grave.

Ma così  non  è per il Signore Iddio.

 

La domanda che chiunque si pone spontaneamente al termine della lettura è questa: sarà vera la vicenda qui raccontata ?

E’ opportuno considerare, a garanzia del lettore, che questo testo presenta il nihil obstat e l’imprimatur delle autorità ecclesiastiche. Si tratta di due personalità di spicco alla metà del secolo XX: il nihil obstat è stato rilasciato da fr. Benigno da Sant’Ilario Milanese, all’epoca Ministro Generale dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini; l’imprimatur è stato rilasciato dal Cardinale Luigi Traglia, all’epoca vice-gerente di Roma. Tutto ciò vale senz’altro a garantire il lettore che il contenuto del testo non è difforme dalla dottrina della Santa Chiesa.

 

La lettura di questo breve racconto-testimonianza induce nel lettore gli stessi sentimenti di Clara: “Dio solo basta! Sì, Egli solo mi deve bastare, quaggiù e di là. Io voglio un giorno possederlo di là, per quanti sacrifici mi possa costare qui. Non voglio andare all’inferno”.

 

Vi proponiamo volentieri questa lettura, tanto drammatica quanto istruttiva, perché riteniamo che possa risvegliare in ogni lettore quella necessaria vigilanza con cui tutti dobbiamo affrontare questo pellegrinaggio terreno.

Dio prende sul serio la nostra vicenda umana,  prende sul serio le nostre libere scelte.

Non possiamo protestare il nostro assoluto diritto alla libertà e poi rimproverare al Signore di prendere sul serio le nostre libere scelte.

 

Nell’esistenza dell’infermo noi possiamo rinvenire, per paradossale che sia, un tratto stesso del rispetto che Dio accorda alle sue creature, che sono venute in questo mondo grazie al suo amore e possono liberamente corrispondere al suo amore oppure rifiutarlo definitivamente.

 

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