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Era il 27 giugno 1982, una calda e luminosa giornata d’estate,
quando il Padre Buono ha chiamato
alla vita Sara, la mia cuginetta più piccola: è stato
per me uno dei giorni più belli ed indimenticabili.
Ad accoglierla una meravigliosa famiglia: Attilia, la sua sorellina
nata ventidue mesi prima di lei, una mamma e un papà che con trepidazione
l’hanno attesa per ben undici anni e l’hanno riconosciuta come un grande dono di Dio, gli affettuosi nonni, le zie, gli zii e noi cugine.
Sara, con la sua famiglia, viveva con i nostri nonni e la sua casa
era, per questo, il luogo dove ci si trovava tutti insieme,
dove si vivevano gli eventi di maggior rilievo, dove ci si sentiva uniti da un
particolare ed indissolubile vincolo affettivo; Sara era la più piccola e, per
questo, era la più coccolata!
Vi assicuro che i suoi primi anni di vita sono stati da lei vissuti
all’insegna della serenità in un clima di pace e armonia.
Non le mancava niente né dal punto di vista economico, né dal punto
di vista affettivo.
Aveva una mamma attenta ed impegnata ad essere per
tutti un positivo punto di riferimento, ma per le sue due piccole
creature riservava la fetta più grande del suo cuore: le accudiva con amore,
era scrupolosa nelle cure per la loro igiene personale ed alimentare, ma era
anche impegnata a stimolare la mente ed il cuore delle sue bambine perché si
aprissero ai valori più elevati di competenza e sensibilità.
Sara, come Gesù, cresceva in sapienza,
bontà e grazia: nessuno di noi avrebbe potuto presagire l’arrivo di quel
drammatico nuvolone nero che avrebbe
oscurato la limpida giornata di Sara ancora all’albeggiare. Aveva infatti solo sei anni quando, una mattina, sua mamma si
accorse che una parte di quel bellissimo visino si era irrigidito: nel corpo
della mia cuginetta qualcosa si era guastato.
Quel brusco ed indimenticabile risveglio segnò l’inizio della
difficile storia di Sara che, senza preavviso, si trovò in una realtà nuova che
un po’ la spaventava, in un mondo di camici bianchi e
letti di ospedale.
Non si perse tempo e Sara fu sottoposta ad
una miriade di esami e, dopo una snervante attesa, arrivò il referto; le fu diagnosticata la neurofibromatosi
(morbo di Recklinghausen). Questo vocabolo a me
incomprensibile e inconsueto mi risultò da subito
difficile da ricordare così come risultavano complesse le terapie atte ad
alleviare ma impotenti ad annientare definitivamente quel morbo tanto
aggressivo.
Con fede ho invocato la guarigione, non vi nascondo quanto siano
stati terribili e angoscianti certi momenti.
Vi garantisco però, che dentro ognuno di
noi percepiva una forza misteriosa, direi meglio divina che non ci ha mai
permesso di cadere nella disperazione, una forza che ci rendeva capaci di
sostenere Sara e di trasmetterle tutta quella serenità di cui aveva bisogno per
stare bene.
Sara aveva solo sette anni, era il 19 luglio 1989, quando fu
sottoposta al primo intervento chirurgico alla testa; nonostante questa
dolorosa e drammatica esperienza per una bambina ancora troppo fragile e
semplice di cuore, vi assicuro che Sara non aveva perso in desiderio di
imparare, di giocare, di relazionare, di sorridere
…..di vivere attivamente la sua tenera età!
Infatti nel settembre dello stesso anno riprese la
scuola e, nonostante la sua maestra
Ester Rognoni, avesse per lei mille riguardi,
consapevole che anche il “poco” potesse essere troppo per una bambina
malata, Sara si dimostrava costante e volenterosa, capace di operare in tutte
le discipline ottenendo ottimi risultati.
I voti positivi ottenuti alla scuola
elementare, l’hanno portata a sognare
una eccellente riuscita scolastica, ma purtroppo il suo percorso dalla
scuola media alla conclusione del liceo linguistico, è stato piuttosto
difficile direi meglio drammatico, segnato da asportazioni di neurinomi alla
colonna vertebrale, alla cervicale, al nervo acustico, alla gola.
Io ho vissuto al suo fianco l’angoscia di
quegli interventi, rafforzavo la mia fede con la preghiera, mi accostavo all’Eucarestia, non riuscendo a darmi una logica a quel
progetto di vita pensato dal Padre.
Sara non era preoccupata tanto per il dolore fisico che ogni
intervento le procurava ma perché, purtroppo, ognuno di essi
lasciava in lei un segno tangibile e visibile.
Alla paresi facciale seguì la perdita dell’udito,
dell’equilibrio, una paresi sempre più marcata agli arti inferiori la costrinse
a trascorrere il suo ultimo anno di vita su una sedia a rotelle. La malattia le
causò inoltre ascessi multipli dentari e venne
sottoposta a numerosi asportazioni, le fece perdere il controllo degli sfinteri
vescicali e negli ultimi mesi le venne a mancare la
vista.
Inoltre gli interventi erano sempre seguiti da lunghe degenze in
ospedale per la riabilitazione degli organi compromessi; Sara si è sempre
sentita protetta dalla sua mamma che non l’ha mai lasciata sola.
In questi sedici anni di sofferenza Sara ha saputo guardare in alto
per percepire la grandezza dell’amore di Dio e ha capito quanto fosse importante vivere con consapevolezza il progetto di
vita che per lei era stato da Lui pensato.
Sara infatti amava la sua vita e,
sostenuta dalla sua mamma, lottava ogni giorno con forza, coraggio e speranza
contro quel morbo che le aveva impedito di vivere con gli stessi entusiasmi, le
stesse speranze, le stesse esperienze delle ragazze della sua età.
Riconosceva la sua vita come un grande
dono grazie all’esemplarità della sua mamma Silvana sempre pronta a donarle
tutte le sue premurose attenzioni, senza mai dimostrarsi stanca che la facevano
sentire importante e viva.
La carica di fede nella Parola e la devozione alla preghiera della
sua mamma hanno certamente aiutato Sara a vedere
sempre il positivo anche quando la sofferenza si faceva forte, quasi
insopportabile.
Una volta, nel pianto in Santuario, pensando a Sara mi si è acceso
nella mente il volto sofferente di Gesù che saliva al
Calvario e ho percepito una insolita e dolce
consolazione: Sara
era certamente più fortunata di Gesù perché
vicino a lei ad aiutarla a sorreggere la sua croce per tutto il percorso
c’erano due instancabili “cirenei”: la sua mamma Silvana ed Attilia.
Sì, perché anche la sua Attilia non l’abbandonava mai: andava a
scuola e al ritorno la informava di ogni cosa
sicuramente per farla vivere in prima persona quella esperienza a lei ormai
lontana, ma tanto viva nel suo cuore, nei suoi pensieri.
L’hobby preferito per Attilia era quello di stare con Sara e questo superava ogni tipo di svago e relax: la
preferiva alla discoteca, alla piscina, alle vacanze ed alle amiche.
Sara si riteneva fortunata, nonostante tutto, si sentiva amata e
l’amore allevia e, a volte, fa dimenticare le
sofferenze più atroci.
Vicino a Sara per
coccolarla e viziarla non sono mai mancate le zie, gli zii e noi cugine che ricercavamo le sue attenzioni,
anche quando non ne aveva voglia non perché non ci volesse bene, ma perché le
servivamo come valvole di sfogo nei suoi giorni tristi e difficili; sapeva che
l’avremmo capita e che avremmo continuato a volerle bene.
E così, dopo un difficile percorso di sofferenza, un ultimo
ricovero presso l’Istituto di Cura Beato Matteo di Vigevano
Sara ha percorso le sue due ultime settimane di vita
inerte, lottando fra la vita e la morte.
Tutto era pronto: vicino a lei tutti noi, don Giorgio, don Gregorio e suor Prosperina
che le hanno trasmesso la certezza di un nuovo giorno
che non vedrà mai tramonto.
In uno spirito di fede tra la commozione di tutti i presenti Don
Gregorio le diede l’unzione degli infermi e la benedizione Papale.
Sabato 25 giugno vestita a festa con un candido abito da sposa Gesù l’ha chiamata a
vivere la festa più bella che non avrà mai fine.
Lunedì 27 giugno nel suo
Santuario della Bozzola numerosissimi sono accorsi
per partecipare a quel banchetto Eucaristico a portare l’estremo saluto a Sara che, nella ricorrenza del suo ventitreesimo
compleanno, ha concluso la sua permanenza terrena.
La cerimonia è stata certamente gradita a Dio per la devozione alla
preghiera dimostrata, il clima di condivisione e di rispetto per un dolore così
grande.
Nell’omelia di quella cerimonia ha detto bene don Giorgio: “Il
progetto di sofferenza che il Padre buono ha pensato per Sara
è stato fonte e origine d’amore”.
Ha visto bene don Gregorio: “Lo svolazzare degli Angeli che
accompagnavano la nostra Sara
nella Gerusalemme eterna”.
La malattia di Sara è stata una dura
prova per me, ma ha aumentato la mia fede; conoscendo bene Sara
sono convinta che, se le fosse possibile, invierebbe un
SMS a quanti le hanno voluto bene, usando queste parole: “Ricordatemi nelle vostre
preghiere, perseverate nella strada del bene e condividerete con me, un giorno,
la gioia del Paradiso”.
E per ultimo vorrei rendervi partecipi delle semplici parole di
Giulia, la mia bambina, che nella sua semplicità, mi ha trasmesso la certezza
del Paradiso:
“Nel
silenzio te ne sei andata per raggiungere il Paradiso
dove
un immenso coro di Angeli ha preparato per te la festa più bella.
proteggimi
dal cielo e quando puoi parla di me a Gesù e digli
che gli voglio bene.”
La cugina più grande
di Sara
Sandra